Intervista a Federica Amichetti.

Nel corso degli anni il percorso artistico Federica Amichetti, dove la Natura e il sentimento umano percorrono binari paralleli, si arricchisce di diversi linguaggi espressivi e, all’interno delle sue istallazioni, il video, la fotografia, il disegno sono capaci di convivere in maniera osmotica, naturale.


Francesca Della Ventura (FDV) Cara Federica, ti sei laureata all’Accademia di Belle Arti di Macerata, con una tesi in estetica che aveva come tema “Il corpo come teatro”, un tema molto interessante e molto vicino all’opera di molte artiste contemporanee. Mi viene da pensare ovviamente a Marina Abramovič, Shirin Neshat, Sigalit Landau, Pina Bausch, solo per nominarne alcune, per cui il corpo é inteso come spazio politico di ribellione e resistenza.  Ce ne parli? Quanto ha influito questa tesi nella tua ricerca artistica successiva?

Federica Amichetti (FA): “Il corpo come teatro” è stata una tesi complessa nata soprattutto dalla mia grande passione per lo studio  della filosofia, dell’estetica e per il teatro. Da Brecht a Carmelo Bene per arrivare a Marina Abramovič  passando per Artaud e Pina Bausch. Studi che sono alla base sempre di tutta la mia ricerca artistica, dove il corpo, il nostro corpo come organismo e come linguaggio è il nostro palcoscenico ogni giorno e il  teatro non è altro che il nostro corpo capace di mettere a nudo noi stessi. 

FDV: Sei un’artista a tutto tondo: lavori con pittura, video installazioni, fotografia. Quale medium preferisci e perché? Quale é per te quello piú difficile da padroneggiare?

FA: Nasco come artista pittrice  e la pittura è stata lo strumento più congeniale per esprimermi e ancora  oggi é la base da cui partire. Il mio pensiero, le cose che ho da dire peró non sempre trovano nella pittura il  giusto medium per arrivare agli altri e quindi nel tempo c’è stata la necessità che il gesto artistico si  evolvesse in nuove forme. La capacità di padroneggiare nuovi processi progettuali e nuove tecniche dove  l’installazione è la sintesi spesso che mi permette di esprimermi al meglio. 

Mater-Mater-ia, performance, 2013 ©Federica Amichetti
Mater-Mater-ia, performance, 2013 ©Federica Amichetti
Momenti quotidiani, inchiostro su carta rosaspina e specchi, 25cmx35cm, ©Federica Amichetti

FDV:  Federica mi piacerebbe che fossi tu stessa a presentare la serie “Momenti quotidiani” che esponiamo su inWomen.Gallery. Come é nata?

FA: Questi piccoli disegni realizzati su rosaspina con inchiostro rosso e matita nascono dalla mia opera Mater  Materia. Donne dalla veste rossa come bozzoli. Corpi liquidi, quasi senza identità se non nelle sue estremità che le  colloca nei piccoli momenti quotidiani e le restituisce alla normalità. 

FDV: Sei ideatrice e artista del progetto PRIVATA, una mostra collettiva che ha girato diverse cittá d’Italia. Che cos’é PRIVATA? Ce ne racconti?

FA: L’arte ha e deve avere un ruolo sociale attivo. Esistono tanti modi di fare arte ‘sociale’, ma è  importante che il nostro agire o il nostro riflettere sia radicato nel territorio e risponda ad un’esigenza reale  già in essere in quel territorio. Un progetto del 2014 unicum nel suo genere che ha girato diversi spazi  espositivi in Italia e ha trovato sin da subito seguito e passione. PRIVATA è stato ed è un progetto culturale artistico e didattico che, seppur io ne sia stata l’ideatrice ,non si  sarebbe mai potuto realizzare se non avessi trovato la sensibilità dei curatori come Federica Mariani e  Antonio Zimarino e di tutti gli artisti che hanno aderito. Un progetto a più voci dove l’arte, con i propri  mezzi espressivi, si è fatta veicolo di riflessione verso una problematica culturale come la violenza di genere.  Un progetto che ha riunito molti artisti che con i diversi linguaggi hanno reso la mostra di volta in volta  sempre nuova, e ha trovato il seguito e la partecipazione attiva delle istituzioni nonché di alcune famiglie  coinvolte nel personale con le quali siamo entrati nelle scuole creando un confronto e un ascolto con gli studenti. Se la violenza è in primis un problema culturale, è nella scuola il primo luogo che bisogna  intervenire. L’intervento nel sociale è stato proprio il lavoro con le scuole di ogni ordine e grado e la capacità di  rompere gli schemi abitudinari, l’omologazione, il pensiero egemonico e aprire cosí un diverso ‘immaginario’.