Intervista a Giorgia Gigí

Giorgia Gigí é artista e attivista per i diritti delle donne. Ha fatto parte del movimento “Non Una di Meno” e oggi di “RU2020- Rete Umbra per l’autodeterminazione,,. Vive e lavora a Gubbio.

Francesca Della Ventura: Giorgia, raccontaci di te e delle tue opere. I tuoi lavori sono molto autobiografici. Chi é Giorgia pittrice e chi é Giorgia donna?

Giorgia Gigí (GG): La mia propensione per l’arte inizia da piccolissima, già all’ultimo anno di asilo  scrivevo brevi racconti illustrati per la mia maestra, in modo che potesse leggerli ai bambini più piccoli. Li ha conservati fino al suo ultimo giorno su questa terra, facendomi un regalo molto più grande di quanto lei stessa potesse immaginare. Il percorso di studi ha seguito questa predisposizione, mi sono diplomata in Restauro e conservazione dei beni culturali alla fine degli anni novanta, imparando a conoscere la pittura a partire dal retro della tela e dai suoi processi di deterioramento, cosa che non ha fatto altro che aumentare il fascino che questa particolare arte ha sempre avuto su di me. Poter toccare da vicinissimo un dipinto antico, prendersene cura nelle fasi di pulitura, stuccatura e ritocco pittorico, sentirne la pelle, l’umore, gli odori, mi ha trasmesso un profondo senso di rispetto per il lavoro degli artisti in ogni tempo, un rispetto che con gli anni è diventato vero e proprio amore rendendomi impossibile intraprendere e/o continuare a percorrere altre strade più “canoniche”. Le immagini che produco, da sempre, sono accompagnate da pensieri, poesie e lunghe riflessioni scritte, che tengo perlopiù segrete, una specie di strana forma di grafomania che include anche la produzione di immagini, che mi ha permesso di esorcizzare i momenti di profondo dolore che hanno costellato un pò tutto l’arco della mia vita e di fermare per sempre i momenti che mi hanno riempito occhi e cuore e che hanno fatto si che mi convincessi che la vita sia qualcosa che vale la pena di sperimentare.  La letteratura è stata l’altra grande protagonista della mia esistenza, sono praticamente cresciuta nella biblioteca della mia città, dove mia madre era impiegata. Hai ragione, quindi, quando dici che il mio lavoro è autobiografico, non potrebbe essere altrimenti, le immagini nascono all’improvviso, compiute, nella mia mente, io devo soltanto sperare che la mia mano sia all’altezza di restituire al mondo ciò che ho visto e impegnarmi perché la mia tecnica sia sempre più efficace nel raccontare nitidamente quelle storie. Immagini che sono la sintesi simbolica di ambienti, persone e fatti che realmente esistono e accadono e che nella vita difficilmente riesco ad affrontare con l’armonia e l’equilibrio che invece, la pittura, dona immediatamente ad ogni cosa, trasportandomi in una dimensione di grande pace interiore anche nel mezzo della tempesta. La “Giorgia donna” è un tutt’uno con la “Giorgia artista”, questa persona terribilmente ingarbugliata ed estremamente appassionata, incapace di interrompere il flusso di energia che da cuore e mente portano all’azione, anche quando parto già dalla consapevolezza che sarà dura se non impossibile. E’ il caso delle tante lotte intraprese come femminista, che potrei riassumere in un’abbuffata di bocconi amari e piccole e preziose vittorie. Ho pianto e mi sono arrabbiata molto più di quanto abbia gioito ma non importa. L’obiettivo è la bellezza, quella stessa bellezza che cerco nella pittura, quella bellezza più vicina al concetto di armonia in musica che ad un concetto legato al gusto estetico e la perseguo a costo di sacrificare pezzi di me stessa che, egoisticamente, dovrei stare attenta a salvaguardare.

FDV; Sei sempre stata impegnata in associazioni che lottano in difesa delle donne. Come pensi che l’arte possa incidere in un cambiamento (se puó farlo) in questo ambito?

GG: Quando andavo a scuola ci proposero un incontro, che per me fu illuminante, con una delle madri di Plaza de Mayo. Hebe de Bonafini ci spiegò, con la potenza morale che donano le grandi sofferenze e privazioni, che l’arte era un poderoso strumento di lotta e che anche loro  avevano scelto di utilizzare questa “arma” per far apparire agli occhi del mondo il volto dei loro figli desaparecidos, volti che il regime intendeva cancellare dalla storia e dalla memoria dell’Argentina. Se siamo qui a parlarne ancora oggi, facendo il bilancio delle vittorie ottenute da queste donne, Hebe aveva ragione: il grido dell’arte ha reso impossibile l’amnesia del mondo. Questo è solo un esempio, ma possiamo fare anche il percorso inverso e partire dall’arte che si trasforma in impegno politico e propulsore di cambiamenti sociali, senza scomodare la propaganda, la storia dell’arte dei secoli XIX e XX è costellata di artisti e correnti artistiche che hanno “cambiato il mondo” cambiando gli occhi della società che li osservava, anche nelle parti più critiche e sospettose come quelle accademiche o quelle scarsamente istruite.

Il mio percorso nell’arte è iniziato proprio dalla rappresentazione di un’aberrazione sociale non più accettabile, come quella della discriminazione e della violenza sulle donne. Un pò come accadde ad Artemisia Gentileschi, ho usato l’arte per denunciare ciò che mi era accaduto e per esorcizzare il desiderio di vendetta che ti domina quando finalmente riesci a trovare il coraggio per “confessare” la tua debolezza e per liberarti del tuo aguzzino. L’ho sempre fatto pensando di non essere l’unica al mondo ad aver vissuto un esperienza come questa, ma di far parte di un sistema malato che dice continuamente alle donne “tu non vai bene”, finendo, spesso, per convincerle che sia vero e a cercare “la salvezza” nella costruzione di una vita finta e frustrante ma socialmente accettata. Se sei madre e moglie nessuno si sorprende, nessuno ti giudica, ma se sei un’infinità di altre cose, questo, non viene perdonato. Questa resta la mia “missione”, sia come artista che come attivista. Desidero un mondo in cui nessun’altra donna debba vivere ciò che ho vissuto io. Quando penso all’arte come forma di lotta, oggi, penso ad una denuncia chiara e leggibile per immagini di tutte quelle cose che il mondo vuole nascondere e soffocare, come il ruolo della donna in quei paesi del mondo che ne sanciscono la libertà e l’uguaglianza per legge ma che nei fatti sono ancora molto vicini agli echi del delitto d’onore, come il nostro; come i migranti che vorremo risucchiati tra le onde del mare del nostro egoismo; come il pianeta che grida alle nostre orecchie incapaci di ascoltare, perché siamo troppo spaventati e troppo incapaci di gestire emotivamente una qualsiasi crisi; come la corruzione etica e morale che riguarda tutti, senza fare sconti a chi continua ancora a puntare il dito contro la sola politica, che altro non è che lo specchio di cosa siamo diventati. Basta affacciarsi su un social qualunque o aprire un qualsiasi giornale di cronaca per avere coscienza di questo appiattimento verso il basso. Ma l’arte è uno strumento di lotta in se, lo è sempre stata, proporre e produrre bellezza nelle arti visuali, nella musica, nel teatro, nella letteratura, resta l’unica traccia dignitosa del passaggio sulla terra di un’umanità che si è sempre sopravvalutata mentre seminava orrore.

Mi spiace per gli ottimisti inguaribili, ma l’oggettività non ammette interpretazioni soggettive.

Giorgia Gigí, “La Donna Lumaca”, tecnica mista su tela,100x100cm, 2017 © Giorgia Gigí

FDV: Se dovessi riscrivere una storia dell´arte al femminile qual é l´artista che includeresti immediatamente? Perché?

GG: Non posso sceglierne una, tutte avrebbero pieno diritto di entrare nell’olimpo dell’arte senza tempo, a maggior ragione se si pensa alle enormi difficoltà che hanno dovuto affrontare per essere artiste. Te ne faccio alcuni, tra quelle che fanno sicuramente parte del mio olimpo personale per la loro forza espressiva: Artemisia Gentileschi, Elisabetta Sirani, Camille Claudel, Romeine Brooks, Tamara De Lempicka, Leonor Fini, Leonora Carrington, Remedios Varo, Kathe Kollwitz, Kay Sage…ok, non vado avanti, perché mancano ancora tante altre pittrici, scultrici, fotografe, performer, danzatrici, attrici…tutte donne straordinarie, che sono state accostate più spesso alla figura del demonio che a quella dell’angelo, derise, relegate ai margini della società, o, quando andava bene, ad essere “le muse di”. Ancora oggi, è un mondo molto maschile quello dell’arte, ma questo lo hai già spiegato egregiamente tu.

FDV: Nella nostra galleria é presente una tua opera molto significativa “La donna lumaca”. Per quest´opera hai scritto anche un poema. Ce ne parli? Chi é la donna lumaca?

La donna lumaca è il riassunto di tutte le cose che ci siamo dette fin qui. E’ la donna costretta a strisciare col peso del mondo sulle spalle mentre tutti la osservano e la giudicano, quasi aspettando che inciampi per poter infierire. E’ la donna a cui non si perdona nulla, ne la forza ne la fragilità, ne la bellezza ne il disinteresse per l’apparenza in tutte le sue declinazioni, ne la distanza ne la disinibizione. La donna lumaca siamo tutte, l’unica differenza è che alcune ne hanno coscienza.