Intervista a Laura GuildA

 Laura GuildA realizza i suoi lavori principalmente con la maglia,il ricamo, il cucito, la tessitura, il macramé e l’infeltrimento. Le sue opere sono uno specchio della societá contemporanea in cui viviamo e tendono molto spesso a criticarne il consumismo, la produzione di massa e il non rispetto dell’uomo nei confornti dell’ambiente. Il suo grido critico prende forma proprio attraverso il filo e i tessuti.


Francesca Della Ventura(FDV): Cara Laura, tu sei nata e cresciuta tra l’Austria e la Germania, per poi trasferirti, dopo alcune esperienze in Spagna e Svizzera, a Milano per continuare gli studi e lavorare. Una mia curiositá che credo possa interessare il pubblico italiano di inWomen: come ci si forma e come si lavora da tedesca in Italia? Cosa ti ha portata a restare, poi, definitivamente in Italia? Quali sono le differenze culturali che emergono in campo artistico fra i due paesi?

Laura GuildA (LG); Sono arrivata in Italia per caso, dopo dei soggiorni a Barcellona e in Ticino e in realtà non mi sarei mai immaginata di fermarmi così a lungo. Ma è stato tutto così automatico. Milano mi ha accolto così bene che nelle prime settimane ho trovato uno stage da una stilista e una stanza in zona Navigli e passato il test d’entrata alla NABA di Milano (Nuova Accademia di Belle Arti). Così lavoravo di giorno e la sera ho frequentato il corso serale di Fashion- & Textile Design. Visto che mi è piaciuto molto studiare e avevo ancora un altro sogno nel cassetto presto ho deciso di iscrivermi per il Master all’Accademia di Belle Arti di Brera per studiare Decorazione -Arti Visive.

Al contrario della rigida Germania e della Svizzera credo che la formazione artistica in Italia sia molto più libera e giocosa e dia la possibilità ad appassionarsi e esprimersi veramente. Studiare in Italia ha svegliato in me la voglia di vedere le cose non da un unico punto di vista. Non esiste un’unica strada per arrivare al risultato, ma esistono mille approcci diversi di vedere e trattare un argomento. Va bene anche non essere precisi, anzi è bello sperimentare e lasciare che le cose accadano, perché spesso da lì nascono le creazioni più belle. Ovviamente all’inizio per me questo approccio non è stato facile da apprendere e non è da tutti. Provenendo da un’altra cultura e per formazione ricevuta, delle volte ci si puó sentire persi e ci si deve abituare a lasciarsi andare, dimenticare le regole e fidarsi del proprio istinto e piano piano trovare la propria strada. Sono rimasta in Italia per motivi familiari ma anche perché non posso negare che mi trovi veramente bene qui. L’ Italia è un’opera d’arte totale: il paesaggio, la lingua, la gente, l’architettura, la musica, il cibo.

Poiché vivo in Italia da ormai più di 12 anni e ho svolto tutte le esperienze in campo artistico soltanto qui, posso solo intuire che in Germania, a differenza dell’Italia, le cose funzionino diversamente: il sistema d’arte è più istituzionale e siccome l’arte ha molta importanza lo Stato investe in grandi progetti. In Italia purtroppo nonostante l’arte si respiri ogni giorno perché è presente nella vita quotidiana, nella cultura e nella storia, penso che non viene abbastanza promossa. Purtroppo falliscono i creativi e le piccole e grandi realtà perché manca l’investimento nei progetti per la valorizzazione. Questo favorisce però che nascano piccoli gruppi e enti che hanno delle idee chiare da seguire che cercano comunque di realizzare dei progetti e di sopravvivere tramite networking. Forse grazie a questo fatto, in qualche modo è più facile entrare nel sistema d’arte.

FDV: Come sono nati i tuoi lavori (penso soprattutto alle sculture-installazioni)? Da dove nasce il concetto di “wearable art”? Come mai hai deciso di avvicinarti a questo tipo di linguaggio artistico?

LG:  Ho avuto una formazione da “designer” prima di aver studiato arte e ció mi ha influenzato e ho dovuto imparare a vedere l’opera d’arte non come un progetto per cui prima si trova l’ispirazione e bisogna fare ricerca e pensare alla sua forma. In Brera mi è stato detto che le mie opere erano “molto studiate”, ovvero esteticamente molto belle ma non trasmettevano un messaggio o esprimevano tanto un mio sentimento. Allora ho dovuto cambiare approccio. La “wearable art” all’inizio è stata la strada più facile. I miei vestiti già ai tempi della NABA sono stati sempre più artistici che commerciali. Allora anche a Brera ho continuato a sperimentare con il linguaggio della moda, è stato naturale per me usare tessuti, fibre e fili e così ho cominciato a sviluppare il mio concetto della critica all’industria della moda, contro lo spreco e per la protezione dell’ambiente. “Decorare lo spazio, nel senso creare arte che si rapporta con lo spazio” è stato il principio guida del nostro corso. E’ così dai vestiti sono passata alla video scultura e alle installazioni con gli oggetti nello spazio con i materiali tessili e di recupero. Spesso uso oggetti un po’ antichi e quotidiani perché hanno una storia da raccontare su cui intervengo con diverse tecniche. Mi piace sperimentare e imparare sempre nuove cose e quindi i miei lavori sono anche molto diversi tra di loro.

Webstuhl, 2019, ©Eleonora Gugliotta
“Penelope”, Scultura tessile, macramè e tessitura su telaio dorato
con filo di cotone riciclato
133cmx 86,5cm x 4,5cm, 2020 ©Laura GuildA
Laura Guilda realizza l’opera “Penelope”, foto Marco Sfreddo.

FDV: Ci racconti un po’ della tua esperienza presso l’archivio tessile digitale per la designer e artista Paola Besana? Cosa é un archivio tessile digitale? Quali mansioni comporta? Perché é importante nel campo della moda?

LG: Lavorare con la designer e artista tessile Paola Besana è stato un grande arricchimento per me. Per lei, come anche nel mio caso, la moda e l’arte possono incontrarsi nell’espressione creativa. I confini svaniscono: Un capello può essere un accessorio di moda e allo stesso tempo può risultare un’opera d’arte. Mentre ho lavorato per lei stavo finendo di stendere la mia tesi di laurea “Modarte- la moda nell’arte” e lei è stata un perfetto esempio di riferimento. Comunque l’archivio tessile di Paola Besana comprende le sue collezioni: la categorizzazione dell’insieme di strutture tessili non solo a telaio, ma iniziando da quelle ad un filo come la maglia, la rete, gli avvolgimenti, fino a quelle più complesse, quindi arrivare ai diversi tessuti, ma anche agli oggetti tessili come per esempio i cesti, poi i diversi telai del Nord e Sud America e le diverse tecniche come il ricamo o fare i merletti all’uncinetto per arrivare alla tintura dei tessuti. Poi ha raggruppato delle foto di costumi etnici e creato una collezione privata di accessori e gioielli tessili. Io l’ho aiutata a fotografare i diversi oggetti, a numerali, nominarli e a scrivere delle piccole descrizioni e salvare il tutto in cartelle e sottocartelle sul computer. Prima di conoscere lei non avevo mai fatto così tanto caso alle strutture tessili, ma si possono veramente trovare in qualsiasi decorazione o oggetto. Si possono trovare in un dettaglio di un dipinto settecentesco, nel pavimento di una chiesa romana o in un sottopentolo a casa. Nel campo della moda ma anche dell’arte un archivio di questo genere può servire per ampliare le proprie conoscenze, essere da ispirazione per sapere cosa è già stato fatto o per avere uno spunto ad esempio per interpretare una tecnica o un oggetto in modo diverso.

FDV: Attraverso le tue opere cerchi di risvegliare la coscienza degli osservatori? Che cosa significa per te, risvegliare il concetto di responsabilitá dell’uomo? Quali aspetti della nostra vita e dell’agire dovremmo rivedere?

LG: Forse mi sono presa molto a cuore i consigli che ho ricevuto dagli spettatori delle mie prime opere. Volevo che le mie opere non fossero semplicemente “belle” e pertanto ho cominciato presto a dare ad ogni lavoro un forte messaggio. Nel senso, spesso prima di cominciare una nuova opera so già cosa voglio comunicare. Ogni tanto sviluppo il suo significato anche durante la sua creazione o mi viene l’idea giusta appena che è finita l’opera. Nella vita quotidiana spesso mi è difficile esprimere i miei veri pensieri soltanto con le parole e poiché sono un tipo di persona visiva mi piace molto il fatto che l’arte possa comunicare e possa diventare un mezzo d’espressione per me. Cerco di risvegliare la coscienza degli osservatori su temi di attualità con il vedere una mia opera. Spesso sappiamo le cose ma cerchiamo di evitare di pensarci per comodità o per paura di affrontare questioni complesse. Se una mia opera tocca nel profondo una persona e le fa avere un ripensamento su determinati comportamenti o aspetti della sua vita e riesce addirittura a farla cambiare abitudine, sarei molto felice. Non è facile ma ci provo a far diventare questo la mia missione. Se non sono stata chiara provo con un semplice esempio: In questi giorni mi rattrista molto vedere che con la pandemia i ristoratori non possono più svolgere il loro lavoro e devono tenere chiusi i loro bar e ristoranti e quindi sto pensando ad un’ opera dedicata a loro. Se una persona vede questa mia opera magari ci pensa di più a questo fatto e se poi scatta il pensiero su come potrebbe sostenere il loro lavoro aiutandoli ad ordinare una cena d’asporto o tornando lì a pranzo appena riapre, sono riuscita a motivare anche nell’agire.