Intervista a Nadia Malverti

Nadia Malverti é nata a Modena, ma dal 1984 vive in Germania. É stata attrice nel teatro di ricerca a Monaco di Baviera e a Bologna. Dopo il trasferimento ad Amburgo, si dedica alla scrittura per l’infanzia, creando testi di fiabe e radiodrammi e organizza laboratori di espressività creativa. Nella sua poetica figurativa é presente una forte carica di visionarietà: accanto ad elementi del quotidiano, è forte la presenza della Natura e riaffiora l’infanzia con i suoi aspetti giocosi e inquietanti.


Francesca Della Ventura (FDV): Cara Nadia, é da tanti anni che vivi e lavori in Germania, ci racconti era l’ambiente culturale tedesco al tuo arrivo, prima della caduta del Muro, e cosa é cambiato nel corso degli anni?

Nadia Malverti (NM): Voglio precisare che parlerò da un punto di vista strettamente personale, di come ho vissuto io i primi anni in Germania. Ero molto giovane quando mi sono stabilita a Monaco, avevo 22 anni ed era il 1984. Allora lavoravo in un gruppo teatrale d’avanguardia, il Theater Winterquartier. Riuscivo a mantenermi integrando con altri lavori e suonando l’organetto per la strada. Un simile tipo di vita sarebbe stato impossibile per me nell’Italia di quegli anni. Perciò la Germania ha significato per me innanzitutto la libertà di espressione, sia attraverso il mio nuovo modo di vivere dopo l’affrancamento dalla famiglia, sia attraverso il lavoro di attrice in un teatro di ricerca che utilizzava un’ampia gamma di mezzi espressivi: acrobatica, danza, canto, musica, movimento.  Monaco era piena di gruppi di teatro e di danza e la collaborazione tra artisti di questi due generi era molto intensa. Realizzavamo gli spettacoli tramite sovvenzioni comunali e stipendi bassi, così parallelamente gli artisti davano lezioni di teatro, di danza, guidavano il taxi, facevano i camerieri nelle birrerie ecc. Insomma, si riusciva a vivere e a realizzare progetti un po’ tutti.

Uno dei pregi del panorama culturale in Germania è semplicemente che circolano più soldi, e quindi le sovvenzioni per i gruppi di teatro, i progetti culturali e gli artisti sono più alte che in Italia. Credo poi che anche il modo in cui venga recepito il singolo individuo in Germania e negli altri paesi del Nord Europa, abbia un certo peso. Spesso in Italia ho avuto l’impressione nei rapporti con gli enti o anche con la semplice polizia che ti ferma per un controllo stradale, che già solo per il fatto di esistere tu sia un potenziale delinquente, una persona di cui non fidarsi a prescindere. Perciò vieni guardato con sospetto, come una persona che oltre a presentare un esposé di sicuro hai qualche secondo fine e cerca di sicuro di farti le scarpe. Fondamentali sono le conoscenze per inserirsi. Ho l’impressione, e ripeto si tratta di una opinione personale, che in Germania la situazione sia un po’ diversa. Sono riuscita a lavorare con istituzioni tedesche e a far produrre i miei radiodrammi senza avere conoscenze all’interno del Westdeutscher Rundfunk, ad esempio, basandomi semplicemente sulle mie qualifiche e la fiducia che mi è stata data.  Ad esempio gli esposé dei radiodrammi che presentavo alle varie emittenti radiofoniche sono stati sempre letti e sempre mi è arrivata una risposta, anche se doveva trattarsi di un rifiuto.

Forse uno degli aspetti difficili per me del mondo tedesco, soprattutto dell’editoria è il rigore degli schemi con cui vengono oggi valutati i manoscritti. Devi scrivere con grande esattezza, imbrigliare la tua creatività, in un certo modo, altrimenti il tuo lavoro non è vendibile. Ma probabilmente questo è un fenomeno che non si limita alla Germania ma è frutto di un cambiamento che coinvolge tutto l’Europa e le leggi del mercato. Questa schematicità la ritrovo anche nel mondo della scuola.

FDV: Perché hai deciso di far teatro? Cosa c’è di questo ambiente nella quotidianità del tuo lavoro in ambito pedagogico-culturale?

NM: Il desiderio di fare teatro è nato apparentemente di colpo.  Avevo 17 anni e stavo ancora frequentando il liceo. Stavo assistendo a uno dei tanti spettacoli dell’estate modenese. Un attore ballerino lasciò il palco, salì danzando sulle grandinate e continuò a danzare tra il pubblico. Mi colse di sorpresa quel suo per me inaspettato uscire dai ranghi del suo palcoscenico e venire tra noi a “contagiarci” con la sua leggerezza, con la sua arte. In quel momento, mentre mi passava vicino, mi è scoppiata una luce in testa e subito mi fu chiaro che volevo essere anch’io così, che volevo fare teatro, diventare attrice. Ma a questo momento, a pensarci bene, mi ci hanno portato gli stimoli creativi a cui sono stata sottoposta fin da piccola. Tra gli anni 70 e gli 80 a Modena si assiste – già dagli anni 60 era cresciuta in città l’idea che la cultura è un bene di interesse collettivo – a un’esplosione di attività culturali che spazia dall’incentivazione del campo d’azione delle biblioteche, a mostre di design, d’arte, di fotografia, a rassegne di cinema per ragazzi e a stagioni teatrali con un panorama eclettico che andava dal teatro tradizionale a quello d’avanguardia. Questo è il ricco terreno che mi ha nutrito e di cui sono infinitamente grata. Questo è un esempio di come  il clima culturale cittadino sia determinante per la formazione delle nuove generazioni.

Ero attratta sia dal teatro tradizionale che da quello più alternativo; decisi di unire gli interessi e dopo la maturità mi iscrissi alla Scuola di Teatro di Bologna, fondata e allora ancora diretta da Alessandra Galante Garrone.  In teatro mi muovevo in un mondo parallelo, dove una nuova Nadia che ora aveva imparato a parlare in dizione – cosa che irritava molto i miei vecchi amici – a usare le maschere, a improvvisare, poteva creare sul palcoscenico una realtà tutta sua. Questo mondo mi faceva bene per tanti versi, era una specie di affrancamento dai temi che mi aveva trasmesso la mia famiglia – la guerra che ha segnato i miei genitori, la lotta e l’impegno affinché un simile disastro non avvenisse mai più – e che per erano stati di sicuro troppo dominanti nella mia vita. Dopo la scuola di teatro non riuscivo ad inserirmi nel panorama teatrale italiano, ero un po’ confusa. Alla fine colsi l’occasione di un lavoro estivo a Monaco – parlavo già bene il tedesco per averlo studiato a scuola – per sbirciare un po’ nel panorama teatrale di quella città. Mi unii a un regista e a un gruppo di giovani attori e insieme fondammo il Theater Winterquartier, un gruppo di ricerca con cui lavorai per cinque anni. Dopo il suo scioglimento nel 1989 mi trasferii per qualche anno a Bologna dove ho lavorato in teatro per altri tre anni sempre in gruppi di teatro di ricerca.

Il teatro resta alla base delle mie attività artistiche. Quando scrivo radiodrammi o storie per i bambini, leggo sempre ad alta voce per controllare che le frasi “suonino bene”, che siano credibile in bocca al personaggio. L’espressività tramite la voce e il corpo mi aiuta moltissimo anche nelle letture per per scuole, dove è necessario tenere l’attenzione dei ragazzi e coinvolgerli. Anche quando dipingo il teatro mi accompagna. Le tecniche di improvvisazione valgono sia per il teatro che per la pittura, almeno quella che piace fare a me. Parti e non sai dove arrivi, è una specie di viaggio. Bisogna lasciarsi tempo e avere fiducia in se stessi. Non sempre è facile, soprattutto questo ultimo punto.

FDV: È da tanti anni che lavori ad Amburgo come scrittrice per l’infanzia, creando testi di fiabe e radiodrammi. Che cosa significa per te lavorare con i bambini e quando hai iniziato? Che tipo di laboratori creativi organizzi?

NM: Ho iniziato a lavorare coi bambini qui ad Amburgo. All’inizio tramite un laboratorio settimanale allo Spielhaus di Niendorf Nord, un centro in cui i bambini partecipavano a diverse libere attività pomeridiane. Successivamente mi sono dedicata alla trasmissione dell’italiano ai bambini italiani o italo-tedeschi tramite attività creative effettuate alla scuola bilingue di Döhrnstrasse di Amburgo. Ci siamo divertiti moltissimo: abbiamo giocato con le parole, ci siamo inventati racconti e filastrocche, costruito burattini e realizzato uno spettacolo con le loro storie, scoperto la geografia delle regioni italiane tramite un viaggio ideale in cui siamo andati a trovare i nonni dei bambini del laboratorio. Mi sono resa conto abbastanza presto, già dalla prima lettura in biblioteca fatta a Modena nel 1992, che quello che noi, attori e artisti, diamo sarà alla base del loro sviluppo. Molto spesso non ci dimenticheranno mai. Perciò è importantissimo essere sinceri in quello che facciamo, crederci e dare loro non solo un prodotto artistico ma un esempio di vita. Sembra quasi un’esagerazione ma non lo è.  Sulla scena o in classe davanti a loro noi attori e artisti – e naturalmente anche i maestri lo sono -diventiamo esseri umani che io definisco “potenziati”, siamo perciò di esempio al nostro pubblico di umani in crescita. Per questo io pongo tanta attenzione alle mie attività con i bambini.

“Si conta e si racconta”, di Nadia Malverti ©Nadia Malverti

Un altro grande spasso è stata la realizzazione della raccolta di fiabe italiane. In quel periodo le famiglie italiane ad Amburgo sentivano la mancanza di storie da far ascoltare ai loro bambini. Venendo a contatto in modo più intenso con la comunità italiana di Amburgo mi è venuta l’idea di realizzare un prodotto audio di ottima qualità in italiano per bambini e adulti. Così nel 2011 è nata “Si conta e si racconta” (www.si-conta-e-si-racconta.eu), una raccolta in tre cd di venti fiabe tradizionali italiane. SI tratta di fiabe la cui lingua originale è il dialetto delle diverse zone di origine che ho trasposto in italiano. È stato quindi un grande lavoro, molto interessante, prima di scelta, poi di traduzione e poi infine di registrazione. In questa fase ho coinvolto anche i miei amici della scuola di teatro, ritrovandoci così a lavorare seppur per pochi giorni in un progetto comune. È stato bellissimo, un vero regalo della vita. Questa intensità e l’affetto che ci lega lo si percepisce ascoltando le fiabe. Ne è uscito un prodotto meraviglioso, fatto di piccoli radiodrammi e semplici letture montate con musiche ed effetti sonori. In questa occasione ho ripreso a lavorare con le matite colorate e ho creato i disegni per l’apparato grafico del cofanetto e dei cd. Con Si conta e si racconta ho fatto anche una serie di letture a Bologna e a Modena. È stato molto emozionante presentarmi nella mia città dopo tanti anni.

Tornando ai laboratori: dopo la mia prima mostra qui ad Amburgo nel 2017 sono nati dei laboratori creativi per bambini e famiglie. Per fare un esempio aperti a : costruzione di maschere, sulla costruzione di un proprio libro, su Arlecchino e il collage, su ritratto e autoritratto. I bambini assorbono tutto.  È bellissimo vedere quanto siano grati i bambini per tutti gli impulsi che vengono loro offerti. Mi piace lavorare con impulsi diversi. In queste foto i bambini prima di iniziare scelgono un oggetto che gli piace, li ispira. Possono anche inserire l’oggetto nel loro disegno che realizzano in diverse tappe: acquarello, matite colorate e collage. Io imparo molto dai bambini.

Laboratorio di scrittura, ltglio 2020– realizzazione di un frottage con la corteccia di un albero ©Nadia Malverti

Da qualche anno mi dedico insieme a due colleghe scrittrici a laboratori di scrittura nelle scuole elementari. Queste attività rientrano nel progetto del Ministero all’Istruzione tedesco “Kultur macht stark” in collaborazione con un’associazione che incentiva le letture di autore in scuole e asili infantili, il Friedrich-Bödecker-Kreis e.V. Noi cerchiamo di stimolare nei bambini l’amore per la scrittura e la lettura, di metterli a contatto col mondo dei libri. Non è una cosa ovvia: da un lato perché ormai i media elettronici sono spesso più presenti e dominanti dei libri nella vita dei bambini, dall’altro perché molti di loro provengono da famiglie in cui il valore della cultura non è troppo presente, oppure da famiglie con un retroterra di migrazione tale per cui anche volendo non hanno i mezzi per offrire ai loro figli un contatto così diretto e concreto col mondo dei libri. In questi laboratori si concentrano tutte le mie competenze: accanto all’invenzione di storie io e le mie colleghe cerchiamo sempre di far esprimere i bambini attraverso il disegno, i colori, il collage, il modellare la creta; e naturalmente anche attraverso il teatro, mettendo in scena le loro storie.

Io e la scrittrice Susanne Orosz, a cui sono legata anche da una forte amicizia, abbiamo ampliato il nostro repertorio di laboratori utilizzando anche il teatro kamishibai. Le scenografie e i personaggi di carta per le nostre storie li produciamo noi.

Io e Susanne Orosz con una scenografia di stoffa per la ”Storia della  rapa”, teatro kamishibai. ©Nadia Malverti

Insomma, sono attività molto varie le mie che richiedono un grande impegno e tanta energia. Come vedi parte del mio lavoro si realizza insieme ad altri. Ci sono artisti che amano lavorare da soli. A me piace tanto lavorare in team. È una cosa che si protrae fin da quando facevo l’attrice. Per questo ora il progetto di inwomen.Gallery mi attira tanto. Questa mia ecletticità mi è stata spesso di peso, non riuscendo a inserirmi in nessun genere preciso. Spesso è utile e sano poter dire: “Io sono attrice”. Non è così per me. Mi muovo costantemente tra mondi diversi e a questi attingo. Ho deciso che va bene così.

FDV: Su inWomen.Gallery sono esposti quattro monotipi realizzati da te. La tecnica del monotipo oggi è meno utilizzata in ambito pittorico. Come nascono i tuoi lavori? Perché ti sei dedicata a questa particolare tecnica? Cosa racconti con i tuoi monotipi?

A causa della chiusura delle scuole nella primavera del 2020 per la pandemia ho provato a proporre anche laboratori online. Ogni giovedì io e un gruppo di bambine ci incontriamo per dipingere insieme. Volevo sperimentare cose nuove da proporre alle bambine perché non tutto è possibile se lavori online, devi trovare le cose giuste. Ho iniziato a sperimentare e così sono nati i monotipi. Ho iniziato e non sono riuscita più a smettere. Era come veder di continuo nascere dei fiori, uno appresso l’altro. I motivi saltavano fuori da soli, poi si sono focalizzati su una figura di donna orbitante, tra i pianeti.

“Cesarina”, monotipo, acrilico e acquerello, 13cmx18cm, 2020, ©Nadia Malverti

Cosa racconto con i miei lavori? Lo scopro semmai sempre dopo cosa voglio raccontare. Sinceramente spesso non lo so. Per me la pittura è un campo di grande libertà, dove mi affido, mi lascio andare. Ultimamente le figure di donne uscite sia dai monotipi, che anche dai miei ultimi lavori sul movimento pare indichino più che la ricerca di una propria collocazione, che la collocazione che hai va bene così come è. Voglio dire: spesso noi donne abbiamo la tendenza a sottovalutarci e a credere di dover fare o essere altro o di più per essere accettate. Invece molto spesso abbiamo già tutti i numeri per riuscire, siamo noi che non ce ne accorgiamo.

Allestimento mostra “Emozioni in movimento” Amburgo 2017 ©Nadia Malverti