L’immagine della donna nelle opere di Francesca Fini.

Con la performance, la video arte e i film, l’artista romana, Francesca Fini, indaga la donna come materia in divenire. Oggi la conosciamo piú da vicino in questo interessante articolo di Claudia Qintieri.


2. HIPPOPOETESS
Stillframe, ©Francesca Fini

Francesca Fini, nata a Roma nel 1970, è un’artista che esplora l’espressione creatrice attraverso un istinto che la guida nelle sue scelte attingendo a quella libertà che gli artisti devono avere. Indaga vari linguaggi che vanno a comporre un quadro ibridato di diversi medium perché è portata ad esplorare la creatività nella correlazione tra gli elementi, nel loro interrelarsi, per giungere ad un risultato che si genera da sé nel consesso che coinvolge. Dalle sue parole: “Io ho sempre esplorato quei territori dove i linguaggi dell’arte si ibridano, creando nuovi oggetti contaminati e spesso non identificabili. In particolare, il mio lavoro da alcuni anni è dedicato alla ricerca di un compromesso (sia teorico che pratico) tra la materia effimera ed elusiva della performance art e il linguaggio video, che per sua natura è profondamente documentario e archivistico, dal momento che fissa per sempre l’immagine transitoria su un supporto (fisico o virtuale). Ibrido performance art, animazione digitale, costume-design e videoarte.” Centrali nella sua poetica sono la donna e l’utilizzo che fa del suo corpo che diventa veicolo per una riflessione sull’influenza della società sui temi di genere. Ma perché Francesca Fini utilizza il suo corpo e parla della donna? Risponde così: “Il corpo della donna è il luogo delle ibridazioni, delle metamorfosi e della creazione. La donna è una materia in continuo divenire, che cambia costantemente, si trasforma, si ibrida, si duplica, si riproduce, e poi torna allo stato iniziale. Un elemento magmatico sulla tavola degli elementi alieni, magici e straordinari che costituiscono il libro dei miracoli della Natura. Come non celebrare la donna, come non celebrare il suo corpo? Come non trarre dalla biologia e dalla fisiologia gli spunti e le suggestioni per quell’altra forma di creazione, quella artistica? La donna e la sua fisiologia sono per me la metafora stessa dell’arte. Per questo ho utilizzato il mio corpo come tavolozza e come argilla, sezionandolo per scoprirne i segreti e raggiungere il centro della creazione, fino a smaterializzarlo completamente e trasformandolo in pura luce e colore.”  

L’artista Francesca Fini, ©Francesca Fini

I suoi inizi sono strettamente collegati con il presente: dapprima il video tradizionale e il lavoro nei media gestendo grossi progetti per RAI3 come coordinatrice di produzione. Un progetto, in particolare, che lega i suoi inizi con la sua espressione contemporanea e che le ha permesso di realizzare il film sperimentale “Ofelia non annega” del 2016, è “Alfabeto Italiano”, del 2020. È stato presentato al Festival del Cinema di Venezia ed è stato ideato da Beppe Attene e Beppe Sangiorgi, per Làntia Cinema & Audiovisivi.  È un programma, che l’ha impegnata produttivamente per più di due lunghi anni, ha coinvolto alcuni importanti nomi del Cinema italiano, tra cui Giuseppe Bertolucci, Gianni Amelio, Marco Bellocchio. Il lavoro si è svolto nell’archivio della Cineteca Rai ed è legato alla volontà di attraversare in maniera poetico-politica la storia del nostro paese. Quindici anni fa Fini ha iniziato a lavorare con gli effetti speciali, dapprima il 3D poi il 2D e ci spiga il perché: “ho finito per abbandonare il 3D come linguaggio e ho abbracciato modelli di animazione 2D, con le tecniche del cut-out e dello stop-motion, per raggiungere quel sapore artigianale e low-fi che caratterizza quasi tutto il mio lavoro.” Uno dei suoi successi è “Fair&Lost” (2012) presentato al Watermill Center di Bob Wilson, nel 2014, alla Triennale di Milano per la Illy Red Night, alla SomoS Art Gallery di Berlino e al Mana Contemporary di Chicago. Fini racconta così la sua performance: “Indosso degli elettrodi terapeutici su entrambe le braccia, calibrati al massimo della potenza, e cerco di truccarmi il viso. Le contrazioni involontarie dei muscoli causate dall’impulso elettrico sono fortissime, impedendo il movimento naturale e consapevole delle mie mani, e il make-up si sparge da tutte le parti in maniera incontrollabile, trasformandomi in una maschera tragica. … Il movimento parkinsoniano, eterodiretto, della mano, rappresenta il disagio di una società al collasso in cui si è interrotto il collegamento tra mente e corpo, tra volontà e possibilità di scegliere.” Un altro momento importante del suo percorso è il video “White Sugar” (2013), che ha vinto il festival Videoformes nel 2015 e innumerevoli altri premi in giro per il mondo. Ispirato alla propaganda americana dove la figura della donna è onnipresente, il video raccoglie immagini autolesioniste di donne alle prese con stufe, nuovi elettrodomestici, pacchetti assicurativi, tacchini glassati, marche di caffè e smalto per unghie. L’artista definisce il concept alla base di questo video: “il modello culturale occidentale: zucchero bianco, piacere artificiale che crea dipendenza chimica, alterazione sintetica del gusto e della percezione.”

Nel 2016 l’istituto Luce commissiona a Fini un film in cui le dà carta bianca nel consultare i suoi archivi: nascerà “Ofelia non annega” che si sviluppa al di fuori di una struttura narrativa classica. Omaggi storici a Marinetti, Montale, Dalì, Pirandello, trovati nei filmati dell’istituto luce, si confrontano con le performance di Francesca che hanno un filo conduttore: è una sorta di romanzo di formazione dove si rappresentano donne di tutte le età attraverso Ofelia, fino ad arrivare alla maturità che si evolve con elementi ricorrenti come il sangue, un gomitolo di lana, un vestito, una bandiera, un nastro. Il corpo di Fini, che simboleggia la donna, sembra risorgere continuamente mentre è più volte oltraggiato. Alla fine Ofelia diventa una donna normale. “Ofelia è soprattutto un’artista, con il suo desiderio di sopravvivere, di non farsi schiacciare dal ruolo e dalle circostanze, è anche un invito alla resilienza e una celebrazione della vitalità creativa”, ci dice Francesca. Così, invece, definisce Hippopoetess, film del 2018, la cui protagonista è Amy Lowell, poetessa nata a fine Ottocento che faceva parte del gruppo Imagista fondato da Ezra Pound: “è una sinfonia visiva che mescola i linguaggi del documentario, della performance, della video arte e dell’animazione 3D, per restituire, con uno stile assolutamente sperimentale e poetico, a volte tragico e a volte comico, la storia di questa interessantissima figura femminile. Con la sua grassezza, la sua ambizione, la sua invadenza, la sua intraprendenza, il suo disprezzo per le convenzioni, il suo carattere turbolento e testardo, il suo coraggio nel trattare con gli uomini del suo tempo e affermare le sue idee. Io mi sono subito innamorata di Amy, femminista militante senza sapere di esserlo. Nel video, grazie alla magia della computergrafica, io mi confronto con lei, con il suo rapporto con l’arte, con la poesia, con il corpo, con l’amore e con il cibo, in un continuo gioco di specchi dove io mi rifletto in lei e lei si riflette in me. Anche le nostre voci si mescolano, in quello spazio demiurgico e filosofico in cui la voce diventa processo creativo. La mia voce, rigorosamente in italiano per rispettare il suono del mio DNA, e quella di Amy Lowell, tornata nel presente grazie all’interpretazione di un’attrice americana, si passano il testimone in una tenera sorellanza che sfida il tempo.” Fini ha avuto una copiosa produzione durante la pandemia e ricevuto riconoscimenti, come per “The Paperwall” (2019) che ha vinto lo Share Prize 2020. In questa performance, ideata al Macro Asilo di Roma, assembla moduli di cartone che vanno a costruire un muro che allo stesso tempo protegge e ingabbia. Mentre Fini segna il territorio con i colori, i simboli e le forme della bandiera americana, robot con il pennarello nero disegnano sul muro cercando di evadere, e l’artista tenta di monitorare il comportamento dei robot, riportandoli all’interno del perimetro fissato: “una danza goffa e laboriosa in cui si consuma la natura grottesca del controllo” commenta Fini. Poi Francesca porta “Blind 3.0” al @PerformAzioni Festival, e racconta così la sua performance: “è un esperimento performatico che unisce body art e interaction design. Lo scopo del lavoro è trasportare il pubblico in una dimensione immersiva in cui il performer diventa il mediatore di un’esperienza nuova del colore attraverso il suono generativo. Durante la performance io dipingo le mie mani e il mio corpo, muovendomi davanti a una webcam programmata per rilevare diversi colori. Le informazioni prodotte vengono poi elaborate dal computer e inviate a un sintetizzatore digitale che attiva un’animazione grafica e un suono speciale per ogni tonalità. Il flusso armonico e la modulazione di ogni strumento sono determinati dai dati prodotti dalle coordinate delle macchie di colore nello spazio, in modo che le mani e il corpo dipinto, tracciati dalla webcam, si trasformano in vero e proprio dispositivo musicale e cinematografico.” Ecco come il corpo della donna si trasforma in colore e luce. Per @PerformAzioni ha ideato una versione site specific del lavoro. 

Time Lapse da  “(S)CONFINAMENTO”, 2020 ©Francesca Fini
“The Paperwall”, performance, 2019 ©Francesca Fini

Poi ha realizzato “(S)CONFINAMENTO”dove ha catturato filmati di webcam turistiche e di sorveglianza disponibili sul web puntate su Campo de’ Fiori a Roma, durante il primo lockdown. Ha così tracciato i percorsi delle persone solitarie che attraversavano la piazzae grazie alla tecnologia del motion-tracking, ha catturato il feed della webcam e lo ha passato in un software appositamente compilato per questo progetto, che registrava e tracciava visivamente il movimento di persone, veicoli e animali, elaborando il flusso di dati e trasformandolo in un concerto per sintetizzatore: i movimenti generavano suoni, modulazioni, visualizzazioni grafiche ed effetti digitali. Inoltre con “I can’t Brehate” ha partecipato all’Athena Digital Art Festival e con “Ofelia non annega” e “Hippopoetess” ha partecipato al MoCa di Belgrado. Intanto Francesca sta lavorando almontaggio del suo nuovo film d’animazione, “Water, Water!”Si tratta di una sinfonia visiva sul tema dell’acqua in cui mette in pratica la sua tecnica del fake found-footage, che consiste nell’elaborazione di immagini in movimento impossibili, realizzate attraverso l’animazione surrealista di suggestioni e visioni che appartengono a culture pre-cinematografiche. Inoltre da febbraio sarà disponibile il suo nuovo podcast sperimentale “Radio Dante”, un progetto in collaborazione con l’Albania e la radio online RadioMi, prodotto in associazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Tirana per la celebrazione dei 700 anni dalla morte del poeta fiorentino ed in collaborazione con gli interpreti Daniela Cavallini e Daniele Sirotti, seguiti e preparati da Emanuele Di Silvestro, un giovane studioso che in questa circostanza ha portato avanti una ricerca accuratissima sul linguaggio dantesco. Le voci degli attori si muovono in un paesaggio sonoro ricchissimo di suggestioni e per certi versi spiazzante, sceneggiato da Fini e sviluppato nello spazio tridimensionale dal sound-designer Boris Riccardo D’Agostino.

Questo quadro di performance, video, film che si è delineato accentua la complessità di un lavoro, quello di Francesca Fini, supportato da una sapienza tecnica e da una facoltà immaginativa molto profonde e variegate.

Autore di questo articolo é Claudia Quintieri

Claudia Quartieri, fotografia di Diego Barletti

Claudia Quintieri è nata a Roma il 09/03/1975. Si è laureata all’Università La Sapienza di Roma in Lettere e Filosofia con indirizzo Storia dell’Arte Contemporanea. È artista, scrittrice e giornalista. Ha pubblicato i libri La voglia di urlare nel 2012, E così la bambina è caduta nel 2014, Palermo mon amour nel 2020 e Raggiro del mondo in 80 anni firmato insieme a Giorgio Fabretti nel 2020. Lavora presso le riviste Inside Art, art a part of cult(ure) e Lebiennali.com. La sua ricerca artistica si concentra sulla videoarte e la fotografia. Il suo percorso in arte è caratterizzato dalla diversità delle espressioni stilistiche, infatti, a seconda della specificità del progetto, utilizza i medium in maniera appropriata alla struttura formale che si confà al progetto stesso. I suoi libri affrontano varie tematiche nella meditazione che porta ad una sperimentazione continua. I suoi libri approfondiscono spesso il tema dell’identità, sia nella prosa che nella poesia. Anche in arte spesso il tema è l’identità: personale, sociale e dei luoghi che attraversa. Ha scritto vari testi critici su artisti visivi. Numerose le personali e le collettive in Italia e all’estero.